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FIABESCA MENTE


"Il fantastico è il linguaggio dell’io interiore.Non pretenderò altro per la narrativa fantastica che dire che la ritengo il linguaggio adatto a raccontare storie ai bambini ed a altri. Ma lo affermo con sicurezza perché ho dietro di me l’autorità di un grandissimo poeta, che lo ha detto in modo molto più audace: “Il grande strumento del bene morale – ha detto Shelley – è la fantasia.” Ursula Le Guin



giovedì 17 luglio 2014

CORALBA ( piccola fiaba filosofica)




Era solo una principessa di carta, ma con i suoi aerei pizzi che le spumeggiavano attorno, la più bella, dolce e fragile e leggera che voi poteste immaginare! Era stata fantasiosamente disegnata, dipinta e poi accuratamente ritagliata dalle mani fatate di una vecchia signora in pensione che non si era tinta i capelli bianchi di arancione e portava perfino la collana di perle, ma nondimeno era un’artista originale che amava lavorare in una minuscola bottega di stile quasi ottocentesco col più delicato ed effimero dei materiali.
In estate, in primavera o in certe belle mattinate d’inverno, nella vecchia bottega della carta la luce del sole filtrava sempre dolcemente attraverso i piccoli vetri per metà smerigliati e allora un alone rosato si riverberava su di lei e su tutte le sue sorelle allineate tra i fiori di carta crespa, le maschere di cartapesta e i meravigliosi origami. Ma quando fuori pioveva o c’era nebbia o tirava vento, la luce nella bottega si faceva quasi verde e il cuore di carta della principessa crepitava di tristezza perché si sentiva sola, e piccola e quasi bagnata nella tempestosa umidità che si intuiva trapelare da là fuori, dal gran mondo sconosciuto aldilà dei vetri.
“Come sarà mai questo gran mondo là fuori?” Si chiedeva Coralba16 sbigottita, “Come farò ad affrontarlo se qualcuno un giorno mi vorrà e mi porterà con sé, tutta avvolta in un sacchetto di carta lilla con la scritta Coralba in violetto?”
Coralba, come avrete capito, era il nome della bottega quasi ottocentesca della signora con la collana di perle e Coralba16 era il suo, di nome, e le stava davvero bene anche se non posso nascondervi che anche le sue sorelle si chiamavano così e, se si differenziavano tra di loro, era solo per il diverso numero: 17, 18, 19 e così via … e che insomma tutti gli altri “articoli” del negozio, fiori di carta crespa, maschere di cartapesta, origami, pupazzi e burattini, maschi o femmine che fossero, oppure di genere neutro, avevano lo stesso bel nome scritto su un cartellino, seguito da un esatto, preciso numerino. A tutti andava bene, tranne lei, la nostra principessa timida e curiosa che ambiva vagamente a un nome tutto suo:...
(continua)



domenica 4 agosto 2013

Com'era bello, fuori, in campagna! ("Il brutto anatroccolo" di Hans Christian Andersen)


Com’era bello, fuori,  in campagna, era estate! Il grano era bello giallo, l'avena era verde e il fieno era stato ammucchiato nei prati; la cicogna passeggiava sulle sue slanciate zampe rosa e parlava egiziano, perché aveva imparato quella lingua da sua madre. Intorno ai campi e al prati c'erano grandi boschi, e in mezzo al boschi si trovavano laghi profondi; era proprio bello in campagna! Esposto al sole si trovava un vecchio maniero circondato da profondi canali, e tra il muro e l'acqua crescevano grosse foglie di farfaraccio, e erano così alte che i bambini più piccoli potevano stare dritti all'ombra delle più grandi. Quel luogo era selvaggio come un profondo bosco; lì si trovava un'anatra col suo nido. Doveva covare gli anatroccoli, ma ormai era quasi stanca, sia perché ci voleva tanto tempo sia perché non riceveva quasi mai visite. Le altre anatre preferivano nuotare lungo i canali piuttosto che risalire la riva e sedersi sotto una foglia di farfaraccio a chiacchierare con lei.
Finalmente una dopo l'altra, le uova scricchiolarono. "Pip, pip" si sentì, tutti i tuorli delle uova erano diventati vivi e sporgevano fuori la testolina.
"Qua, qua!" disse l'anatra, e subito tutti schiamazzarono a più non posso, guardando da ogni parte sotto le verdi foglie; e la madre lasciò che guardassero, perché il verde fa bene agli occhi.
"Com'è grande il mondo!" esclamarono i piccoli, adesso infatti avevano molto più spazio di quando stavano nell'uovo.
"Credete forse che questo sia tutto il mondo?" chiese la madre. "Si stende molto lontano, oltre il giardino, fino al prato del pastore; ma fin là non sono mai stata. Ci siete tutti, vero?" e intanto si alzò. "No, non siete tutti. L'uovo più grande è ancora qui. Quanto ci vorrà? Ormai sono quasi stufa" e si rimise a covare.
"Allora, come va?" chiese una vecchia anatra giunta a farle visita.
"Ci vuole tanto tempo per quest'unico uovo!" rispose l'anatra che covava. "Non vuole rompersi. Ma dovresti vedere gli altri! Sono i più deliziosi anatroccoli che io abbia mai visto assomigliano tanto al loro padre, quel briccone, che non viene neppure a trovarmi."
"Fammi vedere l'uovo che non si vuole rompere!" disse la vecchia. "Può essere un uovo di tacchina! Anch'io sono stata ingannata una volta, e ho passato dei guai con i piccoli che avevano una paura incredibile dell'acqua. Non riuscii a farli uscire. Schiamazzai e beccai, ma non servì a nulla. Fammi vedere l'uovo. Sì, è un uovo di tacchina. Lascialo stare e insegna piuttosto a nuotare ai tuoi piccoli."
"Adesso lo covo ancora un po'; l'ho covato così a lungo che posso farlo ancora un po'!"
"Fai come vuoi!" commentò la vecchia anatra andandosene.
Finalmente quel grosso uovo si ruppe. "Pip, pip" esclamò il piccolo e uscì: era molto grande e brutto. L'anatra lo osservò.
"È un anatroccolo esageratamente grosso!" disse. "Nessuno degli altri è come lui! Purché non sia un piccolo di tacchina! Bene, lo scopriremo presto. Deve entrare in acqua, anche a costo di prenderlo a calci!"
Il giorno dopo era una giornata bellissima; il sole splendeva sulle verdi foglie di farfaraccio. Mamma anatra arrivò con tutta la famiglia al canale. Splash! si buttò in acqua; "qua, qua!" disse, e tutti i piccoli si tuffarono uno dopo l'altro. L'acqua coprì le loro testoline, ma subito tornarono a galla e galleggiarono beatamente; le zampe si muovevano da sole e c'erano proprio tutti, anche il piccolo brutto e grigio nuotava con loro.
"No, non è un tacchino!" esclamò l'anatra "guarda come muove bene le zampe, come si tiene ben dritto! È proprio mio! In fondo è anche carino se lo si guarda bene. Qua, qua! venite con me, vi condurrò nel mondo e vi presenterò agli altri abitanti del pollaio, ma state sempre vicino a me, che nessuno vi calpesti, e fate attenzione al gatto!"
Entrarono nel pollaio. C'era un chiasso terribile, perché due famiglie si contendevano una testa d'anguilla, che alla fine andò al gatto.
"Vedete come va il mondo!" disse la mamma anatra leccandosi il becco, dato che anche lei avrebbe voluto la testa d'anguilla. "Adesso muovete le zampe" aggiunse "provate a salutare e a inchinarvi a quella vecchia anatra. È la più distinta di tutte, è di origine spagnola, per questo è così pesante! Guardate, ha uno straccio rosso intorno a una zampa. È una cosa proprio straordinaria, la massima onorificenza che un'anatra possa ottenere. Significa che non la si vuole abbandonare, e che è rispettata sia dagli animali che dagli uomini. Muovetevi! Non tenete i piedi in dentro! Un anatroccolo ben educato tiene le gambe ben larghe, proprio come il babbo e la mamma. Ecco! Adesso chinate il collo e dite qua!"
E così fecero, ma le altre anatre lì intorno li guardarono e esclamarono: "Guardate! Adesso arriva la processione, come se non fossimo abbastanza, e, mamma mia com'è brutto quell'anatroccolo! Lui non lo vogliamo!" e subito un'anatra gli volò vicino e lo beccò alla nuca.
"Lasciatelo stare" gridò la madre "non ha fatto niente a nessuno!"
"Sì, ma è troppo grosso e strano!" rispose l'anatra che lo aveva beccato "e quindi ne prenderà un bel po'!"
"Che bei piccini ha mamma anatra!" disse la vecchia con lo straccetto intorno alla zampa "sono tutti belli, eccetto uno, che non è venuto bene. Sarebbe bello che lo potesse rifare!"
"Non è possibile, Vostra Grazia!" rispose mamma anatra "non è bello, ma è di animo molto buono e nuota bene come tutti gli altri, anzi un po' meglio. Credo che, crescendo, diventerà più bello e che col tempo sarà meno grosso. È rimasto troppo a lungo nell'uovo, per questo ha un corpo non del tutto normale." E intanto lo grattò col becco sulla nuca e gli lisciò le piume. "Comunque è un maschio" aggiunse "e quindi non è così importante. Credo che avrà molta forza e riuscirà a cavarsela!."
"Gli altri anatroccoli sono graziosi" disse la vecchia. "Fate come se foste a casa vostra e, se trovate una testa d'anguilla, portatemela."
E così fecero come se fossero a casa loro.
Ma il povero anatroccolo che era uscito per ultimo dall'uovo e che era così brutto venne beccato, spinto e preso in giro, sia dalle anatre che dalle galline: "È troppo grosso!" dicevano tutti, e il tacchino, che era nato con gli speroni e quindi credeva di essere imperatore, si gonfiò come un'imbarcazione a vele spiegate e si precipitò contro di lui, gorgogliando e con la testa tutta rossa. Il povero anatroccolo non sapeva se doveva rimanere o andare via, era molto abbattuto perché era così brutto e tutto il pollaio lo prendeva in giro.
Così passò il primo giorno, e col tempo fu sempre peggio. Il povero anatroccolo veniva cacciato da tutti, persino i suoi fratelli erano cattivi con lui e dicevano sempre: "Se solo il gatto ti prendesse, brutto mostro!" e la madre pensava: "Se tu fossi lontano da qui!." Le anatre lo beccavano, le galline
10 colpivano e la ragazza che portava il mangime alle bestie lo allontanava a calci.
Così volò oltre la siepe; gli uccellini che si trovavano tra i cespugli si alzarono in volo spaventati. "È perché io sono così brutto" pensò l'anatroccolo e chiuse gli occhi, ma continuò a correre. Arrivò così nella grande palude, abitata dalle anatre selvatiche. Lì giacque tutta la notte: era molto stanco e triste.
11 mattino dopo le anatre selvatiche si alzarono e guardarono il loro nuovo compagno. "E tu chi sei?" gli chiesero, e l'anatroccolo si voltò da ogni parte e salutò come meglio potè.
"Sei proprio brutto!" esclamarono le anatre selvatiche "ma a noi non importa nulla, purché tu non ti sposi con qualcuno della nostra famiglia!" Quel poveretto non pensava certo a sposarsi, gli bastava solamente poter stare tra i giunchi e bere un po' di acqua della palude.
Lì rimase due giorni, poi giunsero due oche selvatiche, o meglio, due paperi selvatici, dato che erano maschi. Era passato poco tempo da quando erano usciti dall'uovo e per questo erano molto spavaldi.
"Ascolta, compagno" dissero "tu sei così brutto che ci piaci molto! Vuoi venire con noi e essere uccello di passo? In un'altra palude qui vicino si trovano delle graziose oche selvatiche, tutte signorine, che sanno dire qua! Tu potresti avere fortuna, dato che sei così brutto!"
"Pum, pum!" si sentì in quel momento, entrambe le anatre caddero morte tra i giunchi e l'acqua si arrossò per il sangue. "Pum, pum!" si sentì di nuovo, e tutte le oche selvatiche si sollevarono in schiere. Poi spararono di nuovo. C'era caccia grossa; i cacciatori giravano per la palude, sì, alcuni s'erano arrampicati sui rami degli alberi e si affacciavano sui giunchi. Il fumo grigio si spandeva come una nuvola tra gli alberi neri e rimase a lungo sull'acqua. Nel fango giunsero i cani da caccia plasch, plasch! Canne e giunchi dondolavano da ogni parte. Spaventato, il povero anatroccolo piegò la testa cercando di infilarsela sotto le ali, ma in quello stesso momento si trovò vicino un cane terribilmente grosso, con la lingua che gli pendeva fuori dalla bocca e gli occhi che brillavano orrendamente; avvicinò il muso all'anatroccolo, mostrò i denti aguzzi e plasch! se ne andò senza fargli nulla.
"Dio sia lodato!" sospirò l'anatroccolo "sono così brutto che persino il cane non osa mordermi."
E rimase tranquillo, mentre i pallini fischiavano tra i giunchi e si sentiva sparare un colpo dopo l'altro.
Solo a giorno inoltrato tornò la quiete, ma il povero giovane ancora non osava rialzarsi; attese ancora molte ore prima di guardarsi intorno, e poi si affrettò a lasciare la palude il più presto possibile. Corse per campi e prati, ma c'era molto vento e faceva fatica a avanzare.
Verso sera raggiunse una povera e piccola casa di contadini, era così misera che lei stessa non sapeva da che parte doveva cadere, e così rimaneva in piedi. Il vento soffiava intorno all'anatroccolo, tanto che lui dovette sedere sulla coda per poter resistere, ma diventava sempre peggio. Allora notò che la porta si era scardinata da un lato e era tutta inclinata, e che lui, attraverso la fessura, poteva infilarsi nella stanza, e così fece.
Qui abitava una vecchia col suo gatto e la gallina; il gatto, che lei chiamava "figliolo," sapeva incurvare la schiena e fare le fusa, e faceva persino scintille se lo si accarezzava contro pelo. La gallina aveva le zampe piccole e basse e per questo era chiamata "coccodè gamba corta," faceva le uova e la donna le voleva bene come a una figlia.
Al mattino si accorsero subito dell'anatroccolo estraneo, e il gatto cominciò a fare le fusa e la gallina a chiocciare.
"Che succede?" chiese la vecchia, e si guardò intorno, ma non ci vedeva bene e così credette che l'anatroccolo fosse una grassa anatra che si era smarrita. "È proprio una bella preda!" disse "ora potrò avere uova di anatra, purché non sia un maschio! Lo metterò alla prova."
E così l'anatroccolo restò in prova per tre settimane, ma non fece nessun uovo. Il gatto era il padrone di casa e la gallina era la padrona, e sempre dicevano: "Noi e il mondo!" perché credevano di esserne la metà, e naturalmente la metà migliore. L'anatroccolo pensava che si potesse avere anche un'altra opinione, ma questo la gallina non lo sopportava.
"Fai le uova?" chiese la gallina.
"No."
"Allora te ne vuoi stare zitto!"
E il gatto gli disse: "Sei capace di inarcare la schiena, di fare le fusa e di fare scintille?."
"No!"
"Bene, allora non devi avere più opinioni, quando parlano le persone ragionevoli."
E l'anatroccolo se ne stava in un angolo, di cattivo umore. Poi cominciò a pensare all'aria fresca e al bel sole. Lo prese una strana voglia di andare nell'acqua, alla fine non potè trattenersi e lo disse alla gallina.
"Cosa ti succede?" gli chiese lei. "Non hai niente da fare, è per questo che ti vengono le fantasie. Fai le uova, o fai le fusa, vedrai che ti passa!"
"Ma è così bello galleggiare sull'acqua!" disse l'anatroccolo "così bello averla sulla testa e tuffarsi giù fino al fondo!"
"Sì, è certo un gran divertimento!" commentò la gallina "tu sei ammattito! Chiedi al gatto, che è il più intelligente che io conosca, se gli piace galleggiare sull'acqua o tuffarsi sotto! Quanto a me, neanche a parlarne! Chiedilo anche alla nostra signora, la vecchia dama! Più intelligente di lei non c'è nessuno nel mondo. Credi che lei abbia voglia di galleggiare o di avere l'acqua sopra la testa?"
"Voi non mi capite!" disse l'anatroccolo.
"Certo, se non ti capiamo noi chi dovrebbe capirti, allora? Non sei certo più intelligente del gatto o della donna, per non parlare di me! Non darti delle arie, piccolo! e ringrazia il tuo creatore per tutto il bene che ti è stato fatto. Non sei forse stato in una stanza calda e non hai una compagnia da cui puoi imparare qualcosa? Ma tu sei strambo, e non è certo divertente vivere con te. A me puoi credere: io faccio il tuo bene se ti dico cose spiacevoli; da questo si riconoscono i veri amici. Cerca piuttosto di fare le uova o di fare le fusa o le scintille!"
"Credo che me ne andrò per il mondo" disse l'anatroccolo.
"Fai come vuoi!" gli rispose la gallina.
E così l'anatroccolo se ne andò. Galleggiava sull'acqua e vi si tuffava, ma era disprezzato da tutti gli animali per la sua bruttezza.
Venne l'autunno. Le foglie del bosco ingiallirono, il vento le afferrò e le fece danzare e su nel cielo sembrava facesse proprio freddo. Le nuvole erano cariche di grandine e di fiocchi di neve, e sulla siepe si trovava un corvo che, ah! ah! si lamentava dal freddo. Vengono i brividi solo a pensarci. Il povero anatroccolo non stava certo bene.
Una sera che il sole tramontava splendidamente, uscì dai cespugli uno stormo di bellissimi e grandi uccelli; l'anatroccolo non ne aveva mai visti di così belli. Erano di un bianco lucente, con lunghi colli flessibili: erano cigni. Mandarono un grido bizzarro, allargarono le loro magnifiche e lunghe ali e volarono via, dalle fredde regioni fino ai paesi più caldi, ai mari aperti! Si alzarono così alti che il brutto anatroccolo sentì una strana nostalgia, si rotolò nell'acqua come una ruota, sollevò il collo verso di loro e emise un grido così acuto e strano, che lui stesso ne ebbe paura. Oh, non riusciva a dimenticare quei bellissimi e fortunati uccelli e quando non li vide più, si tuffò nell'acqua fino sul fondo, e tornato a galla era come fuori di sé. Non sapeva che uccelli fossero e neppure dove si stavano dirigendo, ma ciò nonostante li amava come non aveva mai amato nessun altro. Non li invidiava affatto. Come avrebbe potuto desiderare una simile bellezza! Sarebbe stato contento se solo le anatre lo avessero accettato tra loro. Povero brutto animale!
E l'inverno fu freddo, molto freddo. L'anatroccolo dovette nuotare continuamente per evitare che l'acqua ghiacciasse, ma ogni notte il buco in cui nuotava si faceva sempre più stretto. Ghiacciò, poi la superficie scricchiolò. L'anatroccolo doveva muovere le zampe senza fermarsi, affinché l'acqua non si chiudesse; alla fine si indebolì, si fermò e restò intrappolato nel ghiaccio.
Al mattino presto arrivò un contadino, lo vide e col suo zoccolo ruppe il ghiaccio, poi lo portò a casa da sua moglie. Lì lo fecero rinvenire.
I bambini volevano giocare con lui, ma l'anatroccolo credette che gli volessero fare del male; e per paura cadde nel secchio del latte e lo fece traboccare nella stanza. La donna gridò e agitò le mani, lui allora volò sulla dispensa dove c'era il burro, e poi nel barile della farina, e poi fuori di nuovo! Uh, come si era ridotto! La donna gridava e lo inseguiva con le molle del camino e i bambini si urtavano tra loro cercando di afferrarlo e intanto ridevano e gridavano. Per fortuna la porta era aperta; l'anatroccolo volò fuori tra i cespugli, nella neve caduta, e lì restò, stordito.
Sarebbe troppo straziante raccontare tutte le miserie e i patimenti che dovette sopportare nel duro inverno. Si trovava nella palude tra le canne, quando il sole ricominciò a splendere caldo. Le allodole cantavano, era giunta la bella primavera!
Allora sollevò con un colpo solo le ali, che frusciarono più robuste di prima e che lo sostennero con forza, e prima ancora di accorgersene si trovò in un grande giardino, pieno di meli in fiore, dove i cespugli di lilla profumavano e piegavano i lunghi rami verdi giù fino ai canali serpeggianti. Oh! Che bel posto! e com'era fresca l'aria di primavera! Dalle fitte piante uscirono, proprio davanti a lui, tre bellissimi cigni bianchi; frullarono le piume e galleggiarono dolcemente sull'acqua. L'anatroccolo riconobbe quegli splendidi animali e fu invaso da una strana tristezza.
"Voglio volare da loro, da quegli uccelli reali; mi uccideranno con le loro beccate, perché io, così brutto, oso avvicinarmi a loro. Ma non mi importa! è meglio essere ucciso da loro che essere beccato dalle anatre, beccato dalle galline, preso a calci dalla ragazza che ha cura del pollaio, e soffrire tanto d'inverno!" E volò nell'acqua e nuotò verso quei magnifici cigni questi lo guardarono e si diressero verso di lui frullando le piume. "Uccidetemi!" esclamò il povero animale e abbassò la testa verso la superfìcie dell'acqua in attesa della morte, ma, che cosa vide in quell'acqua chiara? Vide sotto di sé la sua propria immagine: non era più il goffo uccello grigio scuro, brutto e sgraziato, era anche lui un cigno.
Che cosa importa essere nati in un pollaio di anatre, quando si e usciti da un uovo di cigno?
Ora era contento di tutte quelle sofferenze e avversità che aveva patito, si godeva di più la felicità e la bellezza che lo salutavano. E i grandi cigni nuotavano intorno a lui e lo accarezzavano col becco.
Nel giardino giunsero alcuni bambini e gettarono pane e grano nell'acqua; poi il più piccolo gridò: "Ce n'è uno nuovo!." E gli altri bambini esultarono con lui: "Sì, ne è arrivato uno nuovo!." Battevano le mani e saltavano, poi corsero a chiamare il padre e la madre, e gettarono di nuovo pane e dolci in acqua, e tutti dicevano: "Il nuovo è il più bello, così giovane e fiero!." E i vecchi cigni si inchinarono davanti a lui.
Allora si sentì timidissimo e infilò la testa dietro le ali, non sapeva neppure lui cosa avesse! Era troppo felice, ma non era affatto superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo! Ricordava come era stato perseguitato e insultato, e ora sentiva dire che era il più bello di tutti gli uccelli! I lilla piegarono i rami fino all'acqua e il sole splendeva caldo e luminoso. Allora lui frullò le piume, rialzò il collo slanciato e esultò nel cuore: "Tanta felicità non l'avevo mai sognata, quando ero un brutto anatroccolo!."

http://fiabesca.blogspot.com/2014/05/specchi-dacqua-del-brutto-anatroccolo-e.html?spref=fb l


  

sabato 10 marzo 2012

Appendice alla Padella d'oro: "Le mille & una notte": fiaba (critica) di una occidentale europea




Arabian Nights, Single Chapter di chefandew
"Le mille & una notte"




Quando l’Europa si innamorò di questo libro, i lumi della ragione risplendevano a giorno, cercando di illuminare minuziosamente gli ultimi recessi di ciò che rimaneva delle tenebre dei secoli precedenti.
Era come se un grande palazzo, una vetusta dimora, piena zeppa di storia & storie, ricordi & tradizioni belle ed anche orribili, volesse improvvisamente rinnovarsi e soprattutto illuminarsi, risplendere della luce riflessa dai suoi tanti lumi accesi e… voltar pagina. Niente, d’ora in avanti, sarebbe stato più come prima, ma molto, molto meglio in un’infinita progressione ideale che avrebbe del tutto razionalmente sublimato l’uomo (europeo naturalmente e al massimo forse anche nordamericano). L’uomo dunque si sarebbe razionalmente sublimato (in cosa poi, non era ben chiaro) e le famose tenebre dei secoli passati,e con esse le tenebre della sua anima), sarebbero andate a ramengo.
In quanto alle tenebre dei secoli che dovevano fatalmente seguire, nessuno pareva allora in grado di ipotizzarle se pur lontanissimamente; insomma, si era sì o no entrati nell’era del progresso? E il fantasma di quell’ebreo, come si chiamava? Ah, sì, Michel de Nostradamus - il cocco di Caterina, la tipa che aveva completamente rovinato la Francia (perché era naturalmente in Francia che si teneva il grosso di questi discorsi, non è il caso di nasconderselo!) - quello slavato fantasma, dicevo, non arretrava là sopra, tra le ombre del solaio, attorniato da tutta una banda di negromanti & lestofanti, amici suoi?
Certo arretrava, si era già dissolto, era andato felicemente in fumo e grazie proprio alle candele accese, ai lumi ad olio e, tra non molto, anche ai lumi a gas, e chi allora avrebbe più voluto credere a quelle sue visioni & pre-visioni, cupe e monotone come la pioggia? Insomma, signori, ammettiamolo, quella era semplicemente la cosidetta "stregoneria" e cioè pura pacottaglia!




Tuttavia, tuttavia il Meraviglioso che era stato buttato fuori della porta principale con un bel calcio nel didietro - il Meraviglioso, dicevo, aveva semplicemente girato l’angolo e cercava ora di rientrare dalla porta di dietro, dalle cucine per intenderci. Se dicesse anche lui “Apriti, sesamo!” non è chiaro, ma comunque la porta della cucina gli si aprì davanti e ne uscì la cuoca che si recava nell’orto per le erbe aromatiche: voleva vivacizzare ed alleggerire un po’ la trippa e i sanguinacci che stava preparando.
Anche la gastronomia del resto si stava rinnovando in quegli stessi anni e tutti cercavano di preparare piatti diversi da quelli del passato, dalle tenebre del passato appunto. Comunque la porta si aprì e lui entrò. Attorno al tavolo c’era un bel po’ di gente di servizio che mangiava & fumava. Parlavano di politica ed erano tutti in disaccordo tranne che sul fatto che i tempi erano ormai maturi.
Fu proprio e come sempre dal basso, quindi, che il Meraviglioso rintraprese la scalata sociale che doveva riportarlo su in alto, nei saloni di gala un po’ fanè dell’aristocrazia e in quelli ben più alla moda della borghesia: si finse forestiero, metodo sempre infallibile, ed iniziò a raccontar storie, frottole, miti tanto antichi & esotici da sembrar inediti a quelle teste presuntuosamente ignoranti e per ciò stesso nuovi,estremamente nuovi & moderni, tremendamente “a la page”, per così dire(e sempre in francese naturalmente.
Le sue storie veleggiarono in alto come aquiloni o meglio galeoni volanti come l’ Olonese, ricchi di tesori favolosi e inaspettati e così le “Mille & una notte” irruppero clamorosamente nell’immaginario dell’uomo occidentale in un suo momento - come dire? - di crisi esistenziale che doveva portarlo dritto dritto alla rivoluzione o meglio alle rivoluzioni e, da queste, attraverso tutti i vari “ ismi” di sua fabbricazione, fino alla psicanalisi, a Hiroscima & all’informatica. Irruppero, dunque nell’immaginario occidentale e non ne uscirono più: vi sprofondarono. 

Era ora! L’ineguagliabile esprit & soprattutto l’enfasi settecentesca, colta rapidamente l’importanza di quello straordinario innesto culturale (che apriva o, per meglio dire, riapriva all’occidente scenari di sogno, mai dimenticati, dai tempi in cui, assai prima delle crociate & di Alessandro e forse perfino della davvero mitica coppia Giasone & Orfeo, ne aveva intravisto e inseguito gli smaglianti miraggi) ne amplificò immensamente la portata e così l’eco delle nostre mille inesauribili, labirintiche, sensazionali fiabe si ritrovò in breve tempo, dappertutto: dalle tappezzerie alle poltrone & ai sofà, dagli sprofondi sotterranei del Faust ai gorgheggi sublimi di Pamina, fin sulle teste delle varie Recamier & Tascher de la Pagerie che, così acconciate, si preparavano a conquistare i conquistatori dei tempi nuovi.
E, nei tempi nuovi, che si aprivano ora radiosamente (gli altri, dopo aver maturato bene, erano caduti a terra con un ”flop”) possiamo esser sicuri che le nostre “Mille & una notte” giocarono un ruolo di tutto rispetto.
Per cominciare Champoillon potè andare finalmente a decifrare i geroglifici in Egitto, mentre dall’alto delle piramidi 40 secoli di storia guardavano lui, Napoleone e forse, se pur da un po' più lontano, quei disgraziati francesi che si erano beccati la peste a Giaffa, nonché i turchi che, pure lì a Giaffa con una geniale anticipazione dei metodi di guerra del XX secolo,erano stati trucidati dopo essersi arresi.
Poi, mentre il Meraviglioso letteralmente straripava in mille rivoli: etnici, esotici, romantici, gotici, gaelici, ecc. ecc , inconsapevole che quest’orgia lo avrebbe fatalmente portato di nuovo ad esser sbattuto fuori a calci dalla porta, le nostre “Mille & una notte” in versione romantica, vittoriana, liberty & decadente & poi anche impressionista & espressionista, dilagavano parallelamente nel subconscio di un sacco di gente importante & acculturata o meno, o addirittura per niente
Per fare solo qualche nome: Goethe, Byron, Chautebriand, Hoffmann, Stendhal, Lamartine, Balzac, Stevenson & Poe, Burton & Mallarmè, Rimbaud & Verlaine, Flaubert & Maxime du Camp, Nerval, Maupassant, Daudet, Wilde, De Quincey, D’Annunzio, Lotì, Salgari, Blixen, Conrad, il capitano Lawrence & tutti quei colonialisti veri e propri o solo simpatizzanti che, sia che fumassero già prima l’oppio o altro, come molti dei sopracitati facevano per essere alla moda, sia che fumassero o fiutassero soltanto virtuosamente il tabacco, si dichiararono disposti, e pure con un certo entusiasmo, a lanciarsi alla conquista di quelle abbaglianti terre lontane & numinose, in parte sterili & fascinosamente pericolose, le terre delle “Mille & una notte” appunto!



Fu un crescendo che, da Athalie, a Tartarino, da Salomè a “Tripoli bel suol d’amore” giù giù fino alle proiezioni cine-mitologiche americane di Valentino dello “Sceicco bianco” & della voluttuosa Dietrich di “Marocco”, vide l‘Europa espandere il suo bel corpo di ninfa tutto candido e solo un po' olivastro nelle parti meridionali (e vi ricordate perchè ?) sull’ Oriente tanto agognato: vicino, medio & pure estremo a quel punto! C’era? Lo possedeva finalmente? E tanto valeva allora andare fino in fondo!
Ora io non voglio qui negare (me ne guarderei bene!) l’aspetto puramente pragmatico, economico diciamo, della questione che sempre incombe a ricordarci che non siamo noi guidati solamente dalle idee, letterarie e non, tantomeno quindi dai sogni, dalle chimere, dagli archetipi arcestrali che sono rimasti a passeggiare attorno al fuoco, in quella caverna che noi tutti abbandonammo tanto e tanto tempo fa, ma che ci illudono sempre, mostrandoci apposta solo le loro ombre… No, no!
Solo uno psicanalista e per giunta eretico & ribelle, e cioè il peggio del peggio, potrebbe negarlo! Ed il fatto che ce ne sia stato uno di questo tipo che, non molto tempo fa, l’abbia fatto (e che per inciso si chiamava Jung), risulta alla fine del tutto inifluente nel contesto di questa annosa querelle.
E allora che cosa vuoi sostenere?” - mi direte. – “Che cosa diavolo vuoi sostenere?”“E soprattutto – domanda molto moderna & interessante - “da che parte stai?
Concedetemi vi prego, prima di rispondervi, il tempo di ricordare che stiamo qui parlando di un prodotto letterario tale da trascinare nella sua scia individui & popoli forse perché, come pochi altri, intessuto nella - come dire? - trama stessa dei sogni; e per ciò stesso consentitemi di pesarlo sulla stessa bilancia in cui si pesano le cause economiche.
Cosa? Non pesa nulla, mi dite? Ma sicuramente! Come volete che pesino i sogni? Essi non hanno che l’ inconsistenza della nebbia, l’evanescenza dell’alba, l’impalpabilità dell’incanto; il peso dei sogni è ben altro! E la bilancia a cui alludevo è una metafora naturalmente o un paradosso se volete che, non soltanto mi permette di uscire con disinvoltura da un’empasse, ma anche di ribadire a gran voce quella che comunque è una verità, ieri come oggi riconosciuta; il peso dei sogni è ben altro!



Qualcuno ha raccontato di un grande imperatore romano, vissuto nel momento di massima espansione dell’impero, che si ritrovò a piangere sconsolatamente su una sponda del mar Caspio poiché l’età & la malattia gli impedivano ormai per sempre di proseguire con l’esercito verso Oriente, come Alessandro aveva potuto fare.Ora, non vorrei qui sembrare un tantino esagerata, ma io sostengo addirittura che esse (le “Mille & una notte”) come ed insieme all’Iliade (e al tentativo di emulare Achille, in particolare) trascinarono quell’invasato di Alessandro verso est, fino al punto estremo del non ritorno e che tutta quella gente che, dopo di lui, lo emulò (o almeno tentò) nelle sue estreme follie, si mosse nella scia delle nostre davvero mitiche “Mille & una notte” e ciò molto, molto prima, quindi di qualunque crociata, Napoleone & colonialismo.


Le “Mille & una notte” erano infatti già molto antiche quando vennero raccolte in lingua araba (tra il nono & il decimo secolo sembra) ed ebbero allora quel meraviglioso nome allusivo ed evocatore assieme alla beffarda cornice di una piccola formidabile donna, Sharhazad, che per salvarsi la testa graziosa con voce armoniosa va infilando una sull’altra, come collana di gemme, le mille fiabe che non sono altro che un’unica fiaba: la sua.
Le "Mille & una notte” provenivano da molto lontano, dalla notte dei tempi per così dire e per restare in un contesto notturno, ed è motivo per me di grande consolazione oggi, signori, in questi nostri tempi calamitosi di scontri tra civiltà opposte & apparentemente inconciliabili, ricordarvi che esse, “Le mille & una notte” appunto, furono senz’ altro un prodotto preislamico ed il fatto stesso che siano potute sopravvivere alla conquista, se pur naturalmente convenientemente mascherate o per meglio dire "velate", ci garantisce non solo la grande vitalità e originalità di questo arcaico prodotto dell’immaginazione umana, ma anche e soprattutto l’estrema duttilità di una religione monoteista, colta nell’attimo stesso della sua trasformazione in cultura dominante, a scendere a compromessi ed integrare in sè gli archetipi culturali preesistenti anche se dichiaratamente politeisti, animisti, eccetera, eccetera.


Questo doveroso accenno agli archetipi e all’animismo mi porta dritto filato al Genio. Il Genio, sì, Signori, il Genio della lampada!
Per quanto la Walt Disney l’abbia potuto rendere simile ad un buttafuori di night club o ad un guardiaspalle giamaicano con tendenze sadomaso, proprio questo delizioso Jjnn, fra i mille che ne partorì la fantasia dell’Oriente, mi sembra possa ergersi come metafora sullo sfondo delle nostre attuali, più profonde & intricate contraddizioni & contrapposizioni etiche, politiche, religiose, economiche, ecc. ecc. ed insinuare nelle nostre poco fantasiosamente elastiche menti razionalistiche e post razionalistiche, orientali & occidentali, la consapevolezza vaga che la metamorfosi è un’arte antica ed, ahimé dimenticata, ma che può essere, volendo, recuperata anche in tempi (e in luoghi) refrattari al libero esercizio dell’immaginazione e recuperata nel reciproco interesse, s’intende.



L’arte della metamorfosi: Sharhazad in Oriente, Odisseo in Occidente, con instancabile, magica arte affabulatrice narrarono le più svariate, meravigliose metamorfosi nell’ oscurità della notte, in quelle ore misteriose che sonno & sogno presiedono e in cui l’anima umana s’ inabissa & viaggia nelle sue più recondite profondità sotterranee: pozzi, labirintiche scale, caverne abitate da misteriose presenze, sale & palazzi nascosti & segreti come enigmi, che solo il mare, nella sua tenebrosa, multiforme immensità può peculiarmente riflettere.Fu narrando metamorfosi, signori, che Sharhazad & Odisseo, Oriente & Occidente, sconfissero la tenebra, dischiusero le porte del giorno.

As - salam alaykum




Post scriptum: Questa “fiaba” (appendice di una vera e propria, fiaba teatrale *), molto o poco critica che sia - ma, spero, almeno divertente! - nasce da un reale interesse per le fiabe, la favolistica, l’Islam, l’India & l’Oriente in genere, nonchè naturalmente, come per chiunque, oggi, in Occidente, dal tentativo di comprendere & arginare quella crisi che drammaticamente investe i nostri secolari rapporti con l’Oriente e col mondo musulmano in particolare.Per quanto sia stata molto tentata, ho cercato di non sconfinare troppo – il problema è troppo vasto, intrigante & coinvolgente – e di non perdere di vista l’argomento per cui scrivevo: le “Mille & una notte”, appunto.Sarebbe tuttavia molto interessante, secondo me, approfondire, dilatando & ribaltando la questione ed il punto di vista: allora il nostro gioco potrebbe continuare su:come l’Occidente fu mito per l’Oriente ad esempio, eccetera, eccetera, eccetera….

* E' questa una fiaba teatrale per ragazzi, intitolata:"La padella d'oro, ovvero: le meravigliose avventure della moglie di Alì Aladyn"

Amina & Co

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