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"Il fantastico è il linguaggio dell’io interiore.Non pretenderò altro per la narrativa fantastica che dire che la ritengo il linguaggio adatto a raccontare storie ai bambini ed a altri. Ma lo affermo con sicurezza perché ho dietro di me l’autorità di un grandissimo poeta, che lo ha detto in modo molto più audace: “Il grande strumento del bene morale – ha detto Shelley – è la fantasia.”
DIETRO LA MESSA IN SCENA DI QUESTA FIABA VI E’ UN LUNGO, LENTO PERCORSO PREPARATORIO, DIDATTICO E PIU’ PARTICOLARMENTE TEATRALE, INIZIATO FIN DALL’ANNO PRECEDENTE CON DUE GRUPPI INTERCAMBIABILI DI RAGAZZI DI VARIA ETA’ CHE SI ERANO ISCRITTI AL LABORATORIO.
UN LAVORO CHE, ATTRAVERSO L’ASCOLTO DI DETERMINATI BRANI MUSICALI E ATTRAVERSO TANTI DIVERTENTI “GIOCHI TEATRALI” (DINAMICHE PROPEDEUTICHE ALLO SVILUPPO DELL’ ATTENZIONE, DELLA MEMORIA, DELLA CONCENTRAZIONE SENSORIALE E DEL COORDINAMENTO MOTORIO E MIRATE ALL’APPRENDIMENTO DELLE TECNICHE DI RILASSAMENTO, RIFLESSIONE, RIELABORAZIONE, IMMAGINAZIONE E DRAMMATIZZAZIONE), HA PORTATO GRADUALMENTE I GIOVANISSIMI ASPIRANTI ATTORI AD ELABORARE DELLE VERE E PROPRIE PERSONALI MAGIE TEATRALI.
I PERSONAGGI E I LUOGHI DI “INSALATA DI FAVOLE”: MERLINO, VIVIANA E LA GROTTA DI CRISTALLO, ULISSE SULLA SUA NAVE, L’ISOLA CON LE SIRENE, SIBILLANELL’ALTRA GROTTA SMERALDINA E CRISTALLINA, LA NATURA SELVAGGIA E INCONTAMINATA, I PRATI, I BOSCHI, LA SPIAGGIA, IL RUSCELLO E IL MARE, SONO STATI DA LORO EVOCATI E VISTI NELLA RILASSANTE PENOMBRA UTERINA DEL CERCHIO MAGICO TRIBALE, MENTRE UNA VOCE OVATTATA (LA MIA) LI GUIDAVA E SUGGESTIONAVA DOLCEMENTE E L’ ACCOMPAGNAMENTO MUSICALE DELL’ARPA DI CECILIA CHAILLY, UN GOCCIOLIO DI ACQUE DOLCI E SALATE, ASSOLVEVA LA FUNZIONE DI LIQUIDO CANALE IMMAGINATIVO.
DISEGNATI POI A PASTELLO SU CARTA DA PACCHI APPESA ALLE PARETI DELLA GRANDE STANZA VUOTA UTILIZZATA PER QUESTI VIAGGI FANTASTICI NELLE TERRE DEL MITO, PERSONAGGI E LUOGHI HANNO VIA, VIA PRESO CONSISTENZA, SPESSORE E COLORE DALLE LORO STESSE MANI DI PITTORI DILETTANTI PER SERVIRE POI,BEN RITAGLIATI, COME SCENOGRAFIA DELLO SPETTACOLO TEATRALE BRILLANTEMENTE INTERPRETATO DA ALCUNI DI LORO
UN PERCORSO SUGGESTIVO ED EMOZIONANTE CHE SI PRESTA AD ESSERE VARIAMENTE REPLICATO IN INFINITI MODI E TEMI E, SE BASILARE ALLA SUCCESSIVA MESSA IN SCENA, HA ASSUNTO TUTTAVIA ANCHE UNA VALENZA A SE’ STANTE. I RAGAZZI HANNO INFATTI IMPARATO A GIOCARE A SOGNARE, MATERIALIZZAREI CIOE' I LORO SOGNI E AD IMMERGERVISI COME NEL MARE PROFONDO O NEL RUSCELLO SCINTILLANTE AL SOLE CHE… SCORRE VICINO ALLA GROTTA DI MERLINO; ALCUNI DI LORO LI HANNO ANCHE INTERPRETATI SULLA SCENA MA TUTTI, ATTORI E PUBBLICO, HANNO COLLABORATO ALLA REALIZZAZIONE DI UNA MAGIA: QUESTI GIOCHI FANTASTICI LI HANNO RESI FELICI.
Inventare una fiaba per una deliziosa e intelligente V classe elementare, la medesima classe che aveva meravigliosamente saputo e “voluto” mettere in scena un fiabesco bosco di “alberi abeti”, il Natale precedente, mi ha portato a realizzare, credo, un piccolo sogno surreale e romantico al tempo stesso e surreale & romantico come può esserlo un sognante, evanescente dipinto di Chagall. (Ma anche come può esserlo un più geometrico, ipnotico Magritte!) Sono partita così, alla brava, senza un’idea ben definita, sedotta dal suono e soprattutto dall’elegante grafica dell’incipit fiabesco che mi era venuto in mente: “Nel regno di Burla viveva una volta…” Suonava proprio bene, infatti, e soprattutto…evocava. Il bel nome violetto della regina –Ametista- mi ha condotto a dar corpo poetico ad una mia vecchissima ossessione infantile e giovanile: la passione per gli elenchi di nomi comuni & nomi propri, insoliti e rari, dal suono melodioso e spesso dal doppio significato: nomi greci, latini, biblici e germanici, celtici e slavi, medioevali e barocchi, nomi letterari ed orientali, di erbe e di fiori e di virtù non solo teologali, di dei, stelle e pianeti, minerali - pietre dure e preziose, appunto! Istantaneamente così, da questi coloratissimi nomi, preziosi e scintillanti (ed anche un po’ buffi) è venuta fuori una fiaba estremamente preziosa e scintillante, smagliante nei suoi vari e vividi colori. Una fiaba algida e un po’ rigida, anche, perché adesso la reale valenza della paroletta “burla” che mi aveva intrigato, si era ben palesata: i personaggi che erano venuti alla luce, infilandosi uno dopo l’altro, come grani di una collana ( di perle? O di corallo? O di ametiste? O…) non solo portavano questi bellissimi nomi di preziosi minerali, ma in un’ottica leggermente deformata e distorta – in un’ottica surreale, appunto- essi lo “erano” anche o almeno lo divenivano con una bellissima metamorfosi, che non sarebbe, poi, stata l’unica della storia. La fiaba, pertanto, era “rigida” per la qualità stessa delle algide pietre dure & preziose che la componevano: non si capisce, infatti, bene alla fine se fossero i personaggi a essersi mineralizzati o, esse, le pietre, ad essersi antropomorfizzate… (e questa, infatti, è proprio una bella burla! - hanno subito capito i bambini e si sono messi a disegnarne la trasformazione!) Chi infatti si trasforma di più, in questa fiaba tutta giocata sulla metamorfosi di una fanciulla in cerva? Lei stessa o infine tutti, proprio tutti i personaggi? Magia della parola! O meglio, magia dei nomi che, come ben sanno i poeti e tutti i primitivi, hanno un potere evocativo affascinante &… tremendo. Magia, dunque, e metamorfosi e luce e colore e bellezza e rarità come… l’amore. Infatti, anche qui, come in ogni fiaba che si rispetti, l’amore è al centro della storia, anzi, come il cuore, il fulcro scintillante di un diamante, esso ne costituisce il motore trainante Il suo contraltare, l’odio, non può certo mancare ed ecco entrare in scena la gialla Topazia: fata, matrigna e malvagia - Siamo proprio nel solco dell’antica tradizione, quella che piace sempre (e tanto!) ai bambini – il suo, è il giallo ambrato e pericoloso dell’olio bollente, del mantello della vespa, della pupilla della tigre, non quello, luminoso e scintillante dell’oro, del nobile Dorindo appunto, che incarna l’amore. E la nobiltà di Dorindo è proprio quella del metallo che del quale porta il nome: egli non solo è principe, ma ha un cuore generoso: cerca a lungo e pervicacemente l’amore, si commuove per tutto ciò che è debole, s’intenerisce per la cerva ferita, la salva e la fa curare, l’accarezza e voluttuosamente la bacia sul setoso mantello (è già innamorato?), infine l’esaudisce e la fa danzare… così come per gioco, con complicità e tenerezza, si fanno danzare i bambini piccoli e i vecchietti. Ma soprattutto Dorindo sa soffrire per lei e piange “per vero dolore” Il dolore - Saper provare dolore -, in questa fiaba, è il vero talismano e la sofferenza d’amore, la sofferenza di Dorindo, che sparge dappertutto le sue “lacrime amare d’amore”, la pietra magica e preziosissima, che, sola, può disciogliere i viscidi incanti dell’odio. E gli discioglie, infatti, alla lettera: in un mare. E così alla fine, nel salone non più allagato ma ancora bagnato, ai barbagli colorati delle pietre – tutti i personaggi sono lì riuniti - si unisce quello, più magico ancora ed arcano, degli specchi che rimandano l’immagine dell’avvenuta metamorfosi. La fanciulla è liberata; la cerva, nello specchio. “Ma come si troverà la cerva nello specchio?” – mi ha chiesto una bambina, felice ma un po’ inquieta. “Benissimo! Galopperà per il meraviglioso paese che c’è oltre gli specchi, non ti ricordi di Alice?”-le ho risposto io - Tra tanti bagliori di perle e smeraldi, oro, ametiste e rubini, il nome Corniola per la mia timida protagonista era d’obbligo: è una semplice pietra dura, ma molto meno vistosa e appariscente della turchese: ha il caldo colore delle foglie autunnali, di un fuoco discreto, anzi, della brace del focolare che barbuglia d’inverno… una bellezza tutta interiore e profonda. la Corniola è la pietra che dà la pace del cuore… (Si può ben capire allora, perché l’irrequieto Dorindo si innamori perdutamente della dolcissima fanciulla-cerva!) Ma tutte le pietre, come del resto i colori e i fiori, nascondono profonde valenze e significati – ed anche perle e coralli, che pietre proprio non sono (ma quanto sono ugualmente belli e preziosi!) – ed inoltre, mettendoci strettamente in contatto con nostra madre terra, pare che… curino. Si sa che anticamente, al tempo delle fiabe appunto, colori e pietre e fiori si sceglievano, indossavano, regalavano, dipingevano non casualmente ma seguendo un codice preciso e molto articolato di significati simbolici per il quale l’ametista, l’oro, il diamante, la perla, il rubino, il corallo, la turchese, l’agata, lo smeraldo, la corniola, il topazio simboleggiano: O Ametista: intuizione, forza, intelligenza, affetto, sapienza, pace. (Ma anche intemperanza!) O Oro: conoscenza, energia, prosperità. Diamante: innocenza, purezza, fiducia, sapienza, abbondanza. Secondo la tradizione riflette la volontà e il potere di Dio. O Perla: amore, purezza e femminilità O Rubino: felicità, passione, intuizione, coraggio, integrità, potere, devozione spirituale. O Corallo: prosperità, salute, equilibrio. E’ il sangue pietrificato delle Gorgone del mito greco e, associato al sangue di Cristo, simbolo di resurrezione. O Turchese: lealtà, amicizia. O Agata: amabilità, prosperità. O Smeraldo: conoscenza e verità, prosperità, amore, gentilezza, tranquillità, equilibrio. O Corniola: gioia, calore, affetto, pace O Topazio: abbondanza, calore, amicizia ma, poiché esistono delle riserve nei confronti del colore giallo che la caratterizza, anche può simboleggiare anche il tradimento e la falsità. E che, come si sapeva fin da tempi ancora più antichi di quelli in cui S. Ildergarda di Birgen scrisse il suo celebre trattato, questi scintillanti minerali possono anche curare ed infondere: O L’ametista: infonde serenità, calma, favorisce la meditazione, protegge dalle ubriacature (e questo è il significato del suo nome), dà energia, rinforza le ghiandole endocrine e il sistema immunitario, purifica il sangue, favorisce l’intuizione e migliora le attività della parte destra del cervello, le ghiandole pineale e pituitaria. O L’oro: energia e vigore (ma anche inquietudine). Secondo la religione cristiana fu uno dei doni portati dai Re Magi al Bambino Gesù ed e perciò è simbolo della regalità di Cristo. Il diamante: disperde la negatività, purifica e dà energia al corpo e allo spirito, migliora le funzioni cerebrali, elimina i blocchi della personalità. O La perla: emana felicità e piacere. Cura tutte le forme di congestione, come il catarro e la bronchite O Il rubino: porta felicità e potenzia e rivitalizza la memoria, le capacità intuitive, il sangue e il sistema immunitario, infonde calore, ardore e combattività. (Ma può accentuare anche il nervosismo!) O Il corallo: è il portafortuna per eccellenza, migliora la salute mentale e fisica, aiuta in caso di cattiva circolazione, anemia e malattie del cuore. O La turchese: pietra sacra per gli indiani d’America, rinforza e tonifica l’intero organismo, rigenera i tessuti, aiuta la circolazione del sangue, migliora la meditazione, e le espressioni creative, dà pace alla mente. Era considerata un talismano e,secondo la tradizione, mutando colore, avvertiva i cavalieri di un pericolo incombente. E li tutelava dalle cadute. Per questo, ancora oggi si crede che protegga gli aviatori. O L’agata: predispone all’amore, tonifica il corpo e la mente, infonde un senso di forza e coraggio, è di aiuto agli sportivi ed a coloro che si trovano sotto esame. Anticamente si credeva che estinguesse la sete e proteggesse dalla febbre. I maghi persiani la usavano per allontanare i temporali 0 Lo smeraldo: il suo colore, il verde, è il colore di Venere, per cui protegge l’amore e gli innamorati. Migliora la vista ed aiuta la memoria. Buono per i sogni, l’introspezione spirituale e la meditazione. Rinforza il cuore,il fegato, i reni, il sistema immunitario ed il sistema nervoso. O La corniola: calda e gioiosa, è la pietra che calma e che dà pace, facilita la concentrazione, apre il cuore e mette in sintonia con sé stessi; dà energia al sangue, aiuta i reni, i polmoni, il fegato. O Il topazio: previene l’insonnia, favorisce il sonno profondo, rigenera i tessuti, rinforza il fegato, la milza, il sistema nervoso. Disintossica l’organismo e migliora la digestione Per ultimo, non ancora sazi di tutto ciò, i bambini sono venuti a conoscenza che: O L’ametista è una varietà di quarzo . O L’Oro è un metallo di transizione tenero, pesante, duttile e malleabile. Il suo simbolo chimico è Au, dal latino “aurum” che ha il bellissimo significato di “alba scintillante Il diamante è la gemma più preziosa. E’ costituito da atomi di carbonio e si forma sotto la superficie terrestre a grande profondità, dove vi sono elevatissime temperatur. Il magma dei vulcani lo strappa dalla roccia profonda in cui cresce e lo fa risalire a minori profondità, a volte anche in superficie. Esso è incolore ed è il minerale più duro che esista in natura; il suo nome deriva infatti dal greco “adamas”, che significa “indomabile”. Il diamante viene tagliato in varie forme, delle quali la più comune e ricercata è quella Brillante. 0 La perla è il meraviglioso prodotto delle ostriche. Il suo nome deriva dal latino “premula” che ne indicava la conchiglia. Quando un granello di sabbia penetra nella loro cavità, questi molluschi marini, per difendere i loro tessuti, la ricoprono con strati e strati di un loro prodotto: la madreperla. Il colore più comune è il bianco, ma esistono anche perle rosa, crema, grigie, viola e nere. O Il rubino è la più nobile varietà monocristallina dell’ ossido di alluminio, un minerale noto come corindone. 0 Il corallo è costituito da colonie di minuscoli organismi marini che vivono in formazioni arborescenti sui fondali marini in acque tiepide, strutturate assumendo una forma ramificata sostenuta da assi scheletrici composti carbonato di calcio (unica parte utilizzata nella lavorazione) O La turchese è un fosfato di rame alluminio. Il suo colore può variare dall’azzurro intenso al verde azzurro e al verde per la quantità di rame e per la presenza di ferro e di cromo ed una caratteristica curiosa è che una stessa pietra può mutare sfumatura a causa della luce, della polvere e della reazione con la pelle e con i cosmetici di chi la indossa. Anticamente si credeva invece che il cambiamento di colore indicasse un pericolo incombente. Il nome è relativamente recente e viene dal francese: significava “pietra turca” ed indicava, assieme alla Turchia, la Persia in cui, dai tempi delle Crociate in poi, si potevano trovare le turchesi più belle. Questi orientali usavano portarle sul turbante e adornarne l’impugnatura delle scimitarre; ma ricordiamoci che le più antiche turchesi sono stata trovate in tombe egizie. risalenti a 3000 anni avanti Cristo ( e spesso sotto forma di scarabeo portafortuna) O L’agata è un quarzo di calcedonio ed è stata striata dalla natura in maniera molto creativa: può essere, infatti, di vari e cangianti colori, a bande concentriche simili ai cerchi di un tronco d’albero, ad occhi, a fantasiose conchiglie. Il primo a collezionare ben 4000 coppe d’agata fu il re del Ponto, Mirtidate, dopo di lui gli imperatori bizantini ed i re d’Europa durante il Rinascimento, si appassionarono a questa particolare collezione. O Lo smeraldo è un berillo e, come tutti i minerali che appartengono a questa famiglia, è costituito da atomi di berillo, alluminio, silicio e ossigeno. O La corniola è una varietà del calcedonio e il suo colore può cambiare dal rosso scuro ad un caldo marrone rossiccio O Il topazio è un cristallo dal colore dell’oro, ma, oltre che di tutte le sfumature e gradazioni del giallo, può essere anche azzurro, rosa, bianco. E poi altro ed altro ancora: storie, leggende, curiosità su queste e sulle altre gemme. E’ stato un gioco curioso e affascinante condurre per mano i bambini in questo mondo meraviglioso dove non si finisce d’imparare e di stupirsi: si scava nel ventre misterioso della terra o ci si immerge fino in fondo al mare per carpire non solo i più e rari segreti tesori della natura ma anche tutte quelle interpretazioni e stratificazioni culturali che, fin dall’alba dei tempi, i nostri molto più intuitivi antenati vi hanno sovrapposto. E così i personaggi del regno di Burla mutano nuovamente sembianza: essi “sono anche” le qualità stesse delle pietre che danno loro il nome e per estensione, essi sono anche dei colori. Variamente ispirato dalla natura e dagli animali, il simbolo ha sempre trovato una sua identificazione anche nei colori. R. L. Rousseau, nel suo studio “Les coleurs, contribution à une pilosophie naturelle fondée sur l’analogie”, li considera una forma di linguaggio “dell’anima universale”, come una chiave che ci permette di aprire la porte dei misteri antichi, una sorta di filo d’Arianna che ci riporta all’unità ed alla comprensione dell’universo. (“ …Essi ci conducono alla nozione platonica delle idee (immagini) o archetipi, sui quali la scuola di C. G. Jung ha fondato tutta una nuova scienza dell’Anima. I colori si riferiscono a degli archetipi che diventano, come l’essenza del Rosso, del Blu, ecc. dei complessi universali. Rapportati a livello profondo con gli archetipi, i colori ci appaiono come dei crocevia dove si incontrano l’Arte, la Scienza, la Filosofia…”) Sappiamo che la vita è energia e vibrazioni e che i colori costituiscono una scala elevata di queste vibrazioni e sono in grado di modificare ed influenzarle nostre energie ed emozioni . Gli antichi Egizi indicavano col medesimo vocabolo il ”colore” e “l’essere”, - Alzi la mano chi non si è mai “sentito”, almeno una volta, un colore? E/o “puro colore”? - Pertanto è stato ben facile, per me, immaginare l’essenza dei personaggi del “Regno di Burla”, il loro nucleo essenziale, fatta di colore. Tanti bellissimi colori… Una tavolozza fiabesca per dipingere, insieme, liberamente impressioni ed emozioni, per avventurarsi, divertendosi, anche nel mondo segreto e meraviglioso dei simboli: mondo fluido delle concatenazioni, correlazioni, trasformazioni, ambivalenze, opposizioni in cui, proprio come un diamante, ogni immagine appare composta di molteplici sfaccettature che vanno al di là dei suoi significati più ovvi ed immediati, mondo dell’inconscio… In esso ci si inoltra proprio come i due fratellini nel bosco, e si comprende sempre, alla fine, come ogni cosa bella e allettante (la casetta di marzapane) sia ambivalente e possa, cioè, contenere anche il suo opposto. Il mondo delle cose, il mondo degli esseri… tutto il mondo creato. Esso è il mondo dei simboli e la “regola delle opposizioni”, che lo governa, è insita nel suo misterioso linguaggio. I nostri personaggi-pietre pertanto, come tutti i gioielli, sono oggetti che fanno pressione sull’immaginario, che sprigionano un oscuro, ipnotico, irrazionale potere di fascinazione e ben si prestano ad assumere un valore simbolico. Ecco dunque un’altra fiaba a strati, come una torta (marzapane? Cioccolato? Pistacchio?), che si taglia a fette e, in un solo boccone, fa gustare i più vari, rari, contrastanti sapori! O vogliamo vederla come una montagna costituita da variopinti strati di rocce sedimentate? (In cima, naturalmente si erge il castello di Burla, “più terso del giorno”!) IV ed ultima metamorfosi: la fiaba può divenire una fiaba teatrale. Ma come si mette in scena una fiaba così? Secondo me, il più semplicemente e schematicamente possibile.: dovendosi necessariamente questi personaggi-pietre ( a parte Corniola-cerva, ma non Corniola-fanciulla) rendere sulla scena “vestiti” in carte metallizzate, rigide & luccicanti, è chiaro che, proprio come nella cantafavola “Cenerentola”, anche la messa in scena seguirà uno schema rigido (e più semplice, appunto): 2 o 4 attori-narratori, in semplicissimi, eleganti fuseaux neri, si alterneranno a cornice, ai lati della scena, e saranno i soli a recitare alternativamente le strofe della fiaba, indicando con gesto armonioso della mano, via, via i personaggi e/o i momenti più salienti della storia 11 attori-mimi, in pseudo tuniche o ponci di cangiante e luccicante carta metallizzata (l’effetto deve essere geometricamente fantamedioevale) impersoneranno, sullo sfondo, gli 11 personaggi. La cerva vestirà body e calzamaglia (con codino) rossicci. Ad essi sarà concesso soltanto qualche gemito o esclamazione: tutto si giocherà sui gesti e l’espressione. E la metamorfosi di Corniola si potrà risolvere brillantemente col farle rapidamente indossare sopra la sua luccicante tunica color… di pietra corniola. Basta! Usciamo presto da questa troppo rutilante ossessione e… prepariamoci ad immaginarne un’altra, sempre divertente (si spera) e, se pur in diverso modo, scintillante.
“Giochi fanciulleschi siciliani” di Giuseppe Pitrè
Personaggi:
Mimì Lellè Totò
e:
Riggina spagnola Cocuzzu e Bianchina(‘u gaddu e ‘a gaddina) Monna Franceschina Ciccu u’baruni Puddiccinedda Marina molinara ‘zza’ Ciccaco ‘a so’gatta sicca sicca ‘a bedda zingaredda e…
Gna’ Morti!
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Entrano in scena.....
entrano in scena tre fanciulli vestiti all’antica, che giocano a saltare, con la palla e con la corda e poi alla conta
Mimì: Jocamu a cuntari ?
Zammara, zammara, porta quartari, la curuna di lu re… quanti semu? Semu tri! Spinguli, spinguli s’arrimina ‘ n capu ‘ u lettu d’a regina, Riggina spagnola: tirititappiti, nesci fora!
E dietro di lui appare Riggina spagnola
Lellè: Fora quaranta tuttu lu munnu canta, canta lu gaddu, appisu a la finescia cu tri palummi ‘n testa Gaddu, gaddina, Cocuzzu e Bianchina!
E dietro di lei appaiono Cocuzzu e Bianchina, u’ gaddu e a’ gaddina
Totò: Cento quaranta tuttu lu munnu canta: canta lu gaddu, rispunne la gaddina; Monna la Francischina affacciata alla finestra cu tri palummi ‘n testa A’ bedda Francischina!
E dietro di lui appare Monna Francischina
Mimì: Bedda, beddina, tocca la cima. Cima, cimanti, Ferra ferranti, Ciccu baruni nesci tu avanti! E nesci fora!
E dietro di lui appare Ciccu u’baruni
Lellè: Pizzu, pizzu, pizzuluni, che di Napuli è baruni. Va’ a taliari li funtani, li funtani so’ taliati, vacci tu, spezza-cannati, Vacci tu, spezza-cutedda, vacci tu… Puddicinedda!
E dietro di lei appare Puddicinedda
Totò: Pisa, pisella ha culuri di cannella, cannelli accussì fina di santa Marina; Marina è mulinara, di‘n celu nni cala Ni cala pi favuri na pinna du piccioni! Bi, Ba! Nesci fora e vola a ccà !
E dietro di lui appare Marina la mulinara
Mimì: Sutta lu lettu di mastr’Antonino Cc’era u gaddu che cantava Ca facia: cucurucù! Sutta ‘u lettu d‘a 'zza Cicca c’è na’ gatta sicca, sicca, cu ci va, tutto l’allicca Nesci fora e nesci tu !
E dietro di lui appare ‘zza Cicca co’ a so’ gatta sicca, sicca
Lellè: Passa, passa u’ vicciareddu Ca ci porta ‘u panarieddu: Cinu, cinu di cirasa, e 'nni duna a cu’ lu vasa Cu’ lu vasa è zingaredda, tutta mora e tutta bedda!
E dietro di lei appare ‘a zingaredda
Totò:
Zammara, zammara, porta quartari, la curuna di lu re Quanti semu? Semu tri ! Zuffarà, zuffarà, Pepe, cannedda, carofanà! Zuffarà, zuffarà, Pepe, cannedda, carofanà!
Mimì, Lellè, Totò si guardano attorno e vedono i personaggi strani che sono usciti fuori dalla loro conta e se li guardano bene, uno alla volta
I personaggi si fanno guardare volentieri e oscillano un poco, sui loro piedi ben fermi per terra, così per gioco: girano la testa di qua e di là, strabuzzano gli occhi, come bamboloni di cartapesta
Mimì:
Hai visto che cosa combinasti, Totò? Fuori li hai fatti uscire un’altra volta Tu non sai contare come si deve fare!
Totò: Io ? Pure a te sono usciti fuori un’altra volta Pure tu non sai contare come si deve fare! E pure a Lellè li sono usciti E lei sa contare, eh?
Lellè: Invece di sciarriarvi sempre tra voi due per questa cosa qua, andiamo a parlarci con i bambuluna Tanto loro se ne escono fuori quando vogliono Noi, niente ci possiamo fare, soltanto possiamo farli parlare un poco, così, per gioco.
E ci vanno e vanno prima da Riggina
Mimì: E chi sei tu, eh ?
Riggina spagnola: Riggina, riggina, riggina!
Lellè: E di dove sei tu, eh?
Riggina spagnola: Sono spagnola! Io sono spagnola!! Sono spagnola, io!! Io… sono… spagnola! Spà… gnò… là !!!
E quelli ridono e se ne vanno da Cocuzzu e Bianchina
Mimì: E chi siete voi, eh?
Cocuzzu: Sugnu Cocuzzu e idda è Bianchina!
Lellè: E da dove venite voi, eh?
Cocuzzu e Bianchina in coro: Veniamo dal pollaio di mastru Ferrante Squarcialupo. Un pollaio beddissimo E tranquillo Sì, tranquillissimo è il nostro pollaio, e, attorno, mai vi si avvicina lupo
Totò: E che fate voi, eh?
Bianchina: Io, veramente, faccio l’uovo. E pure… faccio, so fare… Eh, eh, eh, eh…
(ridacchia, tutta rossa & imbarazzata; poi, timidamente si rivolge a suo marito)
Bianchina: Cocuzzu, non lo posso fare… Mi viene vergogna, davanti a tutta questa gente importante
Cocuzzu: Dice che non lo vuole fare. Dice che si vergogna… Dai! Fallo ! E fallo, scimunita !
(E le dà una gomitata)
Bianchina(si prende coraggio e): Co cò… co cò… Co cò... co cò co cò …dè! Coocco,coocco, coocco…. dè!
E quelli ridono...
Totò (rivolgendosi a Cocuzzu): E tu? Che fai tu, eh?
Cocuzzu: Io? Che faccio, io? Io faccio: (gonfia il petto) Chi-cchirricccccchiiiiiiiiiiiiiiiiiì!!! Cu-ccurruccccccuuuuuuuuuuuuuuuuù !!!
E quelli ridono e se ne vanno da Monna Franceschina
Mimì: E chi sei tu, eh?
Monna franceschina: Franceschina bedda sono, Monna la Franceschina mi chiamano E bedda sono, bedda, beddissima!
Lellè: E da dove vieni tu, eh?
Monna Franceschina: Vengo da lu paisi di Roccapalumma
Totò: E che fai tu, eh?
Monna Franceschina: Che faccio io? La bedda faccio, faccio, faccio… la bedda cu’ tri palummi ‘n testa !
E quelli ridono e se ne vanno da Ciccu u’ baruni:
Mimì: E chi sei tu, eh?
Ciccu baruni: Io sunno Ciccu, u’ baruni
Lellè: E da dove vieni tu, eh?
Ciccu baruni: Da Napuli vengo, da Napuli !
Totò: E che cosa fai tu , eh?
Ciccu baruni: Mi talio li funtani ... Mi talio li funtani ... Mi talio li funtani ... Mi talio …
Mimi e Lellè: (tremando, abbracciati) La… mo… rti?
Totò: (battendo i denti) La… mo..rrrrrr…ttti?
A’ zingaredda (facendo spallucce):
Eh… così è o pare… Accussì ci dice almeno la to’ manu
Mimì & Lellè: Ma no, no! Iddu non può, non può esseri veru!
Lellè: Totò, Totinu, non ci credere! Idda è ‘na magara nera e menzognera!
Mimì: Ah, Totuccio mio, chi ci lu fici fari di jucari a cuntari?
Totò : Ahhhhhi, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi ! Sunnu mortu, cumpari! Ahhhhhi, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi !! Nun vi vogliu lassari !!!
E Totò, scantatissimo, si dispera e si butta a terra e si strappa i capelli
Ciccu u’ baruni: Un mumento, signuri, sunnu Ciccu u’ baruni, e a Totò poveruzzo io ci dico: ragiunando tanticchia ‘sta matassa ‘mbrugghiata riusciremu a filari ca’ vi dicu: Gna’ Murti nun ci veni a fragare si ci lassa… li pinni!
Marina la mulinara: Li pinni? Li pinni du picciuni?
Riggina spagnola: N’un si mata la muerte, caballero! Nel pais mio d’Espana puoi matar anco i toros più calientes del viento, ma matare la muerte… (scuote il capo sconsolatamente) non si puote.
Ciccu u’ baruni: Nun si mata, ma… si può cavarcari!
Tutti, in coro: Cavarcari la morti ???
Ciccu u’ baruni: Puddiccinedda! Veni ‘cca’, picciotto beddu Nun è vero che a lo to’ paisi… Comme si chiama lo to’ paisi, eh?
Puddicinedda: U’ paisi du’ fuoddi, Uè!
Ciccu u’ baruni: Nun è veru che a lo to’ paisi Si cavarca la morti?
Puddicinedda: Uè, uè, uè! Cavarcari la morti nel paisi du’ foddi… io che so’ spezzacannati, io, che so’ spezzacutedda, io vi dico, Puddicinedda…
Tutti: ??????????
Puddicinedda: Si puote, sì… Sì, sì, sì… Uè, uè, uè! Ca’ vi dico: con ‘nnu pocu di fuddia Monna Morti scappa via!
Ciccu u’ baruni: (con un ampio gesto si rivolge ai presenti)
Che vi dicevo io?
(poi si chiama vicino Totò…)
Su Totò, mischineddu, vieni a cca’ picciotto beddu che stu’ spezzacannati che stu’ spezzacutedda a’ fuddia d’impararti cercherà, Puddicinedda! Ca’ cu’ tanticchia di fuddia a’ scalugna fuggi via!
Puddicinedda: Uè, uè, uè! si di’nchiostru lu mustazzu risulenti ti facia, un ’adduna Monna Morti, circa, circa e passa via…
Pittati, pittati! Strepita, strepita! Chianci, chianci! Ciuscia, ciuscia! Chicchicchì, coccorodè, zichiti zichiti di cicali, di palummo sbrici d’ali Sbattuliante come ’u ventu, curri curri traballannu, ridi, ridi cuntrastannu di la morti arunchi vrazza, di la sorti suli e acquazza ca’ Gna’ Morti ruzzulari tutt‘ i fuoddi sannu fari!
Ciccu u’ baruni: ‘Ntrizzatevi picciotti e bambuluna! ‘Ntrizzati pure tu, Totò mischinu, e nun chianciri chiù, chiù nun chianciri Totò, Totinu! ‘Ntrizzammu sta’ danza do’ fuoddi, ‘ntrizzammula, và!
E danzano tutti “ntrizzati e si ripetono il ritornello di Puddicinedda:
Tutti in coro (ballando in tondo):
Pittati, pittati! Strepita, strepita! Chianci, chianci! Ciuscia, ciuscia! Chicchicchì, coccorodé, zichiti zichiti di cicali, di palummo sbrici d’ali Sbattuliante come ’u ventu curri curri traballannu, ridi, ridi cuntrastannu di la morti arunchi vrazza, di la sorti suli e acquazza, ca’ Gna’ Morti ruzzulari tutt’ i fuoddi sannu fari !
E tutti scappano di qua e di là. In effetti, mentre quelli danzavano, tutti scalmanati, ‘a danza du fuoddi dietro a Puddicinedda, si è vista o intravista far capolino dal gran tendone rosso del fondale: lonna, lonna, sicca, sicca e allunata, e pure tutta in nero paludata, Gna’ Morti in persona, quella gran disonorata, e a tutti se li è ben taliati, leccandosi le labbra mentre se li taliava, e soprattutto a Totino, poverezzu mischinu!
Ma....
Ciccu u’ baruni:
“Cummaaari, cumpaaari ! Prendetevi coraggio, nun’ ammucciatevi accussì ! Rideeete, rideeete! Ca’ la morti ruzzulari le risate sannu fari ! Pazziaaate, pazziaaate!
Pazziaaate dietro a Puddicinedda, che da lo paisi du’ fuoddi, viene (e iddu fa: ué, ué, ué!)
Pazziaaate dietro a ‘sta Francischina bedda, ca’ idda havi tri palummi ‘n testa!
Pazziaaate dietro a riggina spagnola, tirititappiti, nesci fora!
A Cocuzzu e a Bianchina, ‘u gaddu e ‘a gaddina (e iddi fanno: Cucuuuuuurucù! Coooccodé!)
Pazziaaate dietro a mia, dietro a’ gatta e a ‘sta zia!
Pazziaaate dietro a la zingaredda che malaventura ci portò,
e pure dietro a Marinuzza bedda che fa bi, ba … bi, bo! (e idda fa appunto: bi,ba … bi, bo!)
E accussì tutti allura, preso coraggio, danzano “ntrizzati" e si ripetono il ritornello di Puddicinedda:
Pittati, pittati ! Strepita, strepita! Chianci, chianci! Ciuscia, ciuscia! Chicchicchì, coccorodé! Zichiti zichiti di cicali, di palummo sbrici d’ali, sbattuliante come ’u ventu, curri curri traballannu, ridi, ridi cuntrastannu di la morti arunchi vrazza, di la sorti suli e acquazza ca’ Gna’ Morti ruzzulari tutt’ i fuoddi sannu fari!
Fragare la morti voleva Totinu: ci diede Marina ‘na gonna di linu.
Cicciuzzu baruni, cappeddu e sciabbò, Francisca, ‘a so’ scuffia, Lellé, ‘a giacchetta …
‘Zza Cicca ci diede bastuni d’agghiastru, di ’nchiostru ‘u mustazzu, Ci fici, Mimi’!
‘A zingara, u’ sciallu, riggina, ‘a mantigghia, e … addiiiu ed addiiiu! Totinu spariu e fora sbudidda ‘a mora … Totina!!!
Cicciuzzu baruni si prende per mano Totina morata vezzusa e ‘ncruccata, cchiu’ scura d’ a notti, cchiu’ bedda d’u jornu e ‘a danza du’ fuoddi iddi girano ‘ntunnu
Tutti ( ridendo e pazziando):
Pittati, pittati! Strepita, strepita! Chianci, chianci! Ciuscia, ciuscia! Chicchicchì, coccorodé! Zichiti , zichiti di cicali, di palummo sbrici d’ali Sbattuliante come ’u ventu, curri , curri traballannu, ridi, ridi cuntrastannu di la morti arunchi vrazza, di la sorti suli e acquazza ca’ Gna’ Morti ruzzulari tutt’ i fuoddi sannu fari!
Compare Gna’ Morti e circa, circannu, ma i fuoddi s’ agghiommanu, pazziannu, pazziannu…
N’un vede a Totino mischinu, Gna’ Morti, ma vede vezzusa Totina, beddissima mora ‘ncruccata, che abballa abbracciata co’ Ciccu’ u’ baruni
E idda circa, circannu, ma i fuoddi ci girano ’ntunnu pazziannu, pazziannu…
Gna’ Morti è stordita, ci lassa le pinni !
Voleva Gna’ Morti circari, circannu, ma cade e i fuoddi ci girano ‘ntunnu, pazziannu, pazziannu
E chianci, caduta, la faccia alluccuta, Gna’ Morti
Ci duole la testa, ci trema la manu e i fuoddi s’agghiommanu, pazziannu, pazziannu …
Gna’ Morti ora fuggi pi’ scantu, e i fuoddi s’aggiommanu, pazziannu, pazziannu …
Pi’ terra traballa: e ci sali Totina e cavarca, cavarca!
Gna’ Morti è fuggita salvando la vita a Totino, ma dici:
“Io ritornu u u ! Riturnu genticchia, ca’ a tutti un bel jornu Gna’ Morti si pigghia!
Fine
Glossario:
Zammara: si intende qui senz'altro il cuscinetto che le contadine portavano in testa e su cui ponevano le quartare cioè le anfore (per la complessa etimologia del termine, vedi più sotto) portaquartari: porta anfora o giara spinguli: spilli arrimina: (arriminari) mescola palummo: colomba nesci: (nesciri) esci fora: fuori taliari: guardare spezza-cannati: spezza- canne (detto di Pulcinella, la cui schiena era talmente dura che spezzava le canne e i bastoni con cui lo percuotevano sempre) spezza-cutedda: spezza- coltelli (idem come sopra) 'nni cala: (da calari) non mi cala; non mi importa allicca: (alliccari ) lecca vecciareddu: vecchiarello panarieddu: panierino cirasa: ciliegie duna: (da dunari) dona vasa: (da vasari) bacia zuffarà: parola senza significato tipica delle filastrocche garofanà: chiodi di garofano mozzica: (mozzicari o muzzicari) mordi, roffola: forse razzola, da razzolare, oppure senza significato sciarriarvi: (da sciarra-litigio) litigarvi accatta: (accattari) raccoglie, prende agghiuma: (agghiumari) porta; conduce magara: maga, strega tanticchia: un po’; un pochetto fragare: fregare fuddia: follia fuoddi: folli, pazzi mischineddu: meschino; poverello mustazzu: baffi; e qui , per estensione, gote risulenti: rilucente unn’ adduna: (addunarisi) non ti trova, non ti scorge ciuscia: (ciusciari o sciusciari) soffia sbrici: battiti zichiti: (onomatopeico) il frinire delle cicale sbattuliante: sbattente; che va di qua e di là arunchi vrazza: adunche braccia (e mani) acquazza: pioggia, acquazzone ‘ntrizzatevi: ( da‘ntrizzari) intrecciatevi agghiommara: avvoltola; arrotola; gira pazziannu: (da pazziari) facendo i pazzi chianciri: piangere ammucciati: ( da ammucciari) : nasconditi scantu: paura scantatissimo: spaventatissimo sciabbò: jabot scuffia: cuffia agghiastru: olivo mantigghia: mantiglia sbudidda: (da sbudiddari) esce fuori a sorpresa vezzusa: vezzosa ‘ncruccata:agghindata jornu: giorno ‘ntunnu: intorno alluccuta: sbalordita; come un’allocca allunata: bianca, pallida come la luna genticchia: gente da poco; gentuccia
Approfondimenti:
Le antiche conte:
Le conte sono filastrocche comunemente usate dai bambiniper scegliere o escludere chi deve fare qualcosa in un gioco di gruppo. Le conte sono caratterizzate dal ritmo dato dalle parole ripetute, dalle rime e dagli accenti poetici. Il ritmo delle conte si può individuare meglio se, mentre le recitiamo, ci aiutiamo con il battito delle mani.
Dall'arabo "sabbara" ha in dialetto siciliano il significato più comune di "agave" ma, per estensione può corrispondere anche a "canna" , per cui infatti indica il fischietto a due canne, tipico strumento musicale pastorale. Ma poiché anche il cuscinetto che le contadine poggiavano sul capo per attutire il peso delle anfore dell'acqua era fatto di canne intrecciate, è presumibile che la misteriosa parola, abbinata nella conta a quartari (quartara), abbia piuttosto quest'ultimo significato. Quartara E’ un recipiente in terracotta, dalle antiche origini contadine, di medie dimensioni e fornito di due grossi manici nella parte superiore; molto simile ad una giara è stato per millenni utilizzato in Sicilia per trasportare e conservare acqua o vino. Con il passare del tempo alle quartare di terracotta si sono affiancate quelle in lamiera, più leggere e maneggevoli, ma, essendo meno indicate per l'uso con l'acqua, venivano invece spesso usate per l'olio L'esterno era spesso tipicamente decorato, ma quelle per l'uso giornaliero venivano lasciate esternamente grezze Un uso particolare delle quartare era quello per cui, in occasioni di feste popolari, venivano usate come strumento musicale: soffiandoci dentro il vaso emette un suono cupo, usato come accompagnamento musicale nelle musiche popolari e folcloristiche. Proverbi : Tu fai manichi e quartari ("Tu fai sia i manici che le anfore": detto di chi vuol fare tutto da sé). Tantu va 'a quartara all'acqua,o si rumpi o si ciacca' ("Tante volte va l'anfora all'acqua che o si rompe o si spacca!: detto nel senso che la pazienza prima o poi finirà.