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"Il fantastico è il linguaggio dell’io interiore.Non pretenderò altro per la narrativa fantastica che dire che la ritengo il linguaggio adatto a raccontare storie ai bambini ed a altri. Ma lo affermo con sicurezza perché ho dietro di me l’autorità di un grandissimo poeta, che lo ha detto in modo molto più audace: “Il grande strumento del bene morale – ha detto Shelley – è la fantasia.”

Ursula Le Guin

giovedì 17 luglio 2014

CORALBA ( piccola fiaba filosofica)




Era solo una principessa di carta, ma con i suoi aerei pizzi che le spumeggiavano attorno, la più bella, dolce e fragile e leggera che voi poteste immaginare! Era stata fantasiosamente disegnata, dipinta e poi accuratamente ritagliata dalle mani fatate di una vecchia signora in pensione che non si era tinta i capelli bianchi di arancione e portava perfino la collana di perle, ma nondimeno era un’artista originale che amava lavorare in una minuscola bottega di stile quasi ottocentesco col più delicato ed effimero dei materiali.
In estate, in primavera o in certe belle mattinate d’inverno, nella vecchia bottega della carta la luce del sole filtrava sempre dolcemente attraverso i piccoli vetri per metà smerigliati e allora un alone rosato si riverberava su di lei e su tutte le sue sorelle allineate tra i fiori di carta crespa, le maschere di cartapesta e i meravigliosi origami. Ma quando fuori pioveva o c’era nebbia o tirava vento, la luce nella bottega si faceva quasi verde e il cuore di carta della principessa crepitava di tristezza perché si sentiva sola, e piccola e quasi bagnata nella tempestosa umidità che si intuiva trapelare da là fuori, dal gran mondo sconosciuto aldilà dei vetri.
“Come sarà mai questo gran mondo là fuori?” Si chiedeva Coralba16 sbigottita, “Come farò ad affrontarlo se qualcuno un giorno mi vorrà e mi porterà con sé, tutta avvolta in un sacchetto di carta lilla con la scritta Coralba in violetto?”
Coralba, come avrete capito, era il nome della bottega quasi ottocentesca della signora con la collana di perle e Coralba16 era il suo, di nome, e le stava davvero bene anche se non posso nascondervi che anche le sue sorelle si chiamavano così e, se si differenziavano tra di loro, era solo per il diverso numero: 17, 18, 19 e così via … e che insomma tutti gli altri “articoli” del negozio, fiori di carta crespa, maschere di cartapesta, origami, pupazzi e burattini, maschi o femmine che fossero, oppure di genere neutro, avevano lo stesso bel nome scritto su un cartellino, seguito da un esatto, preciso numerino. A tutti andava bene, tranne lei, la nostra principessa timida e curiosa che ambiva vagamente a un nome tutto suo:...
(continua)